“Dimagriti” i bovini, una ragione in più per sceglierli

di Camilla Salaorni 0

Uno studio dell’Inran riporta dati interessanti circa la quantità di grassi dei tagli più nobili dei bovini, stimati in diminuzione del 50 % circa rispetto a dodici anni fa, a tutto vantaggio del loro uso in cucina. Esistono infatti differenze sottili e poco appariscenti anche all’interno di una stessa classe di animali: la composizione e la digeribilità delle carni fresche varia a seconda della specie, dell’età, del sesso, ma anche dello stato fisiologico e della alimentazione dell’animale. I costituenti che maggiormente variano sono due: acqua e grasso.

E’ proprio a proposito dei grassi che si evidenziano le modifiche più sostanziali nel corso degli ultimi anni. Il risultato dello studio Inran (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione), protrattosi per diverso tempo, ci informa che la carne che arriva attualmente alla nostra tavola è diversa, più povera in grassi saturi: emerge chiaramente come negli ultimi 12 anni (gli ultimi dati ufficiali risalgono infatti al 1996) la composizione nutrizionale della carne sia profondamente cambiata soprattutto con riferimento al contenuto in grasso.

Tale quota, nei diversi tagli di carne bovina analizzati, risulta ampiamente ridotta grazie a sistemi di alimentazione degli animali sempre più controllati e rispettosi delle loro esigenze naturali e a sistemi di allevamento improntati al massimo rispetto del benessere degli animali allevati.

Osservando da vicino i dati scopriamo che i grammi di grasso su un etto di prodotto riferito al vitellone sono passati nel filetto dai 5,0 del 1996 ai 2,2 grammi del 2007-8; nella lombata da 5,2 ai 2,9 grammi; nel girello da 2,8 a 1,1 grammi, nella noce da 2,3 a 2,1 grammi e nella fesa da 1,8 a 1,2 grammi. A tutto vantaggio della possibilità di utilizzo di un alimento che è grande portatore di vitamine nobili e ferro.

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