Melanzana salva un borgo calabrese e rilancia le potenzialità del food italiano

di Daniele Pace 0

La melanzana è buonissima, e personalmente la mangerei anche a colazione, ma ora questo ortaggio ha salvato anche un borgo in Calabria, grazie ad una “degusteria” tutta incentrata sulla melanzana locale.

Una degusteria nata come bottega ben 150 anni fa, poi trasformata in azienda manifatturiera, in locanda, in bar e infine in un bistro che sta giocando le sue carte (bene) e risollevando l’intero paese, che si stava spopolando dopo i fasti dei bizantini, degli arabi, degli Angioini e degli Aragonesi.

Il paese si chiama Longobardi, un piccolo borgo che si è salvato dal turismo di massa e dalla morte che consegue agli “sconosciuti”. Qui si sono inventati la melanzana DeCo, (denominazione comunale) dal colore violetto, dolce e con poca acqua e semi. La melanzana tipica, qui, è diventata DeCo e ha conquistato le menti, prima che i palati.

Francesco Saliceti e Giovanna Martire hanno “inventato” la Degusteria Magnatum, per 20 fortunati a volta.

La degusteria

Bar-edicola con saletta dove mangiare un menù particolare, che trovate solo qui, tra tante bottiglie e sapori della Calabria come il “Gammune” di Belmonte nel pane di fichi. Sempre della zona di Belmonte, l’insalata di pomodori, oppure la “frittata d’u scuru”, una millefoglie di patate molto particolare, senza uova e fatta in tegame con il coperchio per più di un’ora, cotta insieme all’origano e al peperoncino.

Potrete degustare anche l’affettato di manzo con il tartufo e il pecorino calabrese ma soprattutto la “parmigiana di melanzana violetta dal cuore di caciocavallo silano Dop“. Il pesce si ferma al baccalà con i pomodori secchi e le olive, e come dolce gli Oro Saiwa, che però qui si chiamano “pastetta” immersi nella zuppa inglese.
La melanzana violetta qui è diventata così popolare che anche Andy Luotto se l’è tatuata mentre il grande chef Antonio Abbruzzino l’ha inserita nel suo menù, facendosela portare direttamente dalla zona.

Ma c’è anche il pomodoro Tarife, ad attirare gli addetti ai lavori e ai buongustai, e il caseificio Cavalcavia, che si chiama così perché sorge accanto alla superstrada. A guardarlo da fuori, non si entrerebbe mai nemmeno per chiedere di fare una telefonata. Ma se si assaggiano le trecce e le burrate che produce, si rischia di diventarne dipendenti.

Sempre in zona potete fermarvi all’Hotel Gaudio, che vi cucinerà un piatto che solo le mamme di una volta facevano: gli spaghetti spezzati con i piselli freschi, la cipolla e la pancetta.

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